Ricerche di mercato, tendenze sensoriali, nuovi metodi e analisi di prodotti
 

Il futuro del vino si chiama Cina?

Al corso in viticoltura ed enologia dell’Università di Udine, a studiare analisi sensoriale, oltre il 10% degli studenti era cinese. E gli studenti non erano dieci, ma 35! Vero è che a livello universitario è il corso più internazionale: c’erano pure cinque argentini, tre tedeschi e una serba, ma i quattro cinesi presenti mi hanno dato da pensare.

Sono curiosissimi, attenti, meticolosi, obbedienti, disciplinati e, pur non avendo la piena padronanza della lingua, molto interattivi.  Vogliono portarsi a casa il massimo e non si risparmiano, cercano di superare il blocco della semantica operando velocissimi con traduttori, ai quali peraltro molte volte manca il gergo enologico.

Per loro il vino è il simbolo di un nuovo modo di vivere, riservato a pochi (si fa per dire: centinaia di milioni di persone) ma indicatore di una nuova cultura. Ed è proprio dalla cultura che partono. Sono consci che per farlo apprezzare ne dovranno raccontare la storia e la sensorialità. La prima è relativamente facile, la seconda tutt’altro.

Percepiscono diversamente da noi: il dolce è troppo, l’amaro è insopportabile, l’acido si spera sia moderato, l’astringente è qualcosa che fa storcere la bocca e fa diventare ancora più sottili gli occhi a mandorla. Molto attenti ai profumi, che colgono in profondità, ma esprimono con parole diverse dalle nostre. Per poter fare il vino e per poterlo comunicare hanno quindi necessità di crearsi un vocabolario proprio, altrimenti i discorsi si fanno tanto gergali da risultare privi di significato per i più.

Presso di loro l’Italia gode di una fama che forse supera anche quella della Francia, ma sono adeguatamente seguiti e considerati? Forse no, forse bisognerebbe fare qualcosa di più per questo mercato, non solo proporre bottiglie, ma racconti, i racconti che stanno dietro l’etichetta. Ne vanno ghiotti.

E non solo per il vino, ma anche per il caffè, l’espresso, altro simbolo del made in Italy. Vino e caffè rappresentano infatti l’alternativa alla loro cultura del tè. Non la sostituiranno, saranno semplicemente un modo intrigante per fare qualcosa di nuovo che sarà indice di uno status ambito. In questo processo, noi dove ci collochiamo?

Un commento

  1. Noemi Icardi

    Siamo pronti a educare i cinesi al mondo sensoriale, fornire le tecniche di una comunicazione nuova ed efficace, legata alla narrazione, alle esperienze che loro non potranno mai fare ma magari arrivare a percepire…Naturalmente lo scoglio di un mondo con concetti semantici e non solo, percezioni sensoriali totalmente diversi dal mondo Occidentale, dovrà essere preso molto seriamente dall’organizzatore di corsi specifici a loro rivolti.
    Confidiamo in prossimi impegni che ci vedano protagonisti della conquista sensoriale dell’Oriente.
    Saluti,
    N.

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