Ricerche di mercato, tendenze sensoriali, nuovi metodi e analisi di prodotti
 

Etica sensoriale

shutterstock_25909411_optQuale ruolo può avere l’industria nel nostro impoverimento o nella crescita sensoriale? Nel farci accettare qualcosa che buono non è? Questi interrogativi, sorti nel bel mezzo della lettura di report su test eseguiti sui consumatori i cui risultati sono poi stati correlati con il percepito descritto da panel di giudici qualificati, mi hanno fatto tornare alla mente un articolo di Paolo Griseri pubblicato su La Repubblica in cui veniva riportato che 10 multinazionali del food, attraverso 500 marchi, detengono il 70% dei piatti consumati sul pianeta Terra.
Se fa rabbrividire il fatto che quasi un miliardo di persone soffrano la fame contro un miliardo e mezzo che sono sovrappeso, non posso restare impassibile di fronte alla quantità di test sul consumatore centrati sull’accettabilità di un cibo o di una bevanda. Che significa accettabilità? Che il prodotto raggiunge sensorialmente la soglia minima per non essere rifiutato. Quindi il suo successo sul mercato non sarà determinato dal suo profilo, ma dal sapiente uso degli altri strumenti di marketing.
E’ una posizione che non riesco ad accettare: ben venga la comunicazione per fare conoscere un prodotto, ma poi la vendita dovrebbe essere automatica, perché ghiotti lo siamo tutti e quindi basta che sia buono, intrigante, profondo. Dobbiamo quindi privilegiare quanto arriva dai piccoli produttori? Forse, ma è una guerra contro i mulini a vento, sicuramente utile se si hanno autonome capacità di scelta, perché non è automatico che il piccolo sia anche buono. Può anche darsi che, parimenti, sia una guerra persa in partenza nell’esigere dai signori dell’alimentare la qualità sensoriale, ma vale la pena di provarci. Basta prodotti accettabili, oggi la tecnologia è in grado di consentirci di produrre l’eccellenza sensoriale a basso costo e su larga scala. Pretendiamola.

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