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Quando sulla tavola se ne vedono di tutti i colori

Negli ultimi tempi nel mondo gastronomico se ne vedono di tutti i colori, nel vero senso della parola. L’ultima trovata per tingere gli alimenti, evidentemente troppo naturali per i consumatori nel nuovo millennio, è il blue tea, un tè estratto dalle foglie di Clitoria Ternatea, fiore dai petali blu intenso, coltivato in Thailandia, Vietnam, Bali e Malesia. Prima di lui, a mandare in visibilio i gastro-amatori è stata una tonalità ancora più dark, il nero: aggiungendo carbone vegetale a impasti di pizze, gelati e croissant, si ottiene un macabro effetto funereo che, a quanto pare, entusiasma i più. Un ultimo esempio, perché non c’è due senza tre e perché così coloriamo un po’ la tavola, il cioccolato rosa, fotogenico protagonista delle gallerie di innumerevoli food blogger.
Perché ciò accada è un quesito interessante. Ci si è stufati dei soliti colori? I colori innaturali sono più fotogenici? La percezione dei sapori è differente? Dare una risposta non è così immediato, sono sicuramente tutti e tre considerazioni valide.
Diversi studi, come quelli condotti da Charles Spence, psicologo sperimentale dell’Università di Oxford, dimostrano come alcuni colori possano alterare la nostra percezione del cibo. Gli alimenti rossi ci sembrerebbero il 20% più dolci rispetto a quanto lo siano per davvero, mentre quelli verdi molto spesso ci appaiono più acidi. Retaggio evolutivo di quando, vivendo l’uomo nella foresta, l’aspetto di un alimento e il suo colore erano un importante indice di maturazione o putrefazione, ancore di vera e propria salvezza.
Brutte notizie allora per i nuovi alimenti blu come l’oceano, sicuramente a effetto ma non molto apprezzati dal nostro cervello che, poco stimolato al loro consumo, sembrerebbe associarli ad alimenti andati a male.

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