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C’è uno spreco che supera quello alimentare. Lo spreco dell’intelligenza

Si parla di spreco alimentare. A volte in termini sentimentali (con tutta la gente che muore di fame…), altre con tanto di numeri che fanno cogliere con immediatezza l’importanza del fenomeno e inducono in un rapido esame di coscienza. Che per i più si conclude rapidamente, con buoni propositi o assoluzioni più o meno piene. È vero, lo spreco alimentare esiste e non possiamo fare finta di nulla.
Ma c’è uno spreco di cui si parla davvero poco, soprattutto non se ne parla come di spreco: quello delle risorse intellettuali dei territori.

Avete mai notato che quando si tratta di queste realtà si parla sempre dei prodotti tipici e/o delle bellezze monumentali e paesaggistiche – e della relativa valorizzazione – senza mai pensare a quanto sono sottoutilizzate le intelligenze della zona? Riflettete un attimo, sembra che le persone non esistano. Una prova? Quale comprensorio conoscete che abbia fatto un censimento dei laureandi che potrebbero fare palestra, dei laureati in cerca di occupazione che potrebbero professionalizzarsi e degli anziani – veri custodi della memoria del territorio e di mestieri antichi – che potrebbero disegnare un nuovo futuro per i giovani?
Bene, se finora il destino dei primi è stato quello di bighellonare e dei secondi di passare la vita al bar, un’iniziativa dei Narratori del gusto potrebbe cambiare la situazione.

Nel loro masterplan, proprio nel progetto Territori, c’è un capitolo che prevede la convergenza delle intelligenze di un comprensorio per generare, nell’ ottica di un marketing umanistico, vere e proprie redazioni che facciano ricerca, recuperino le memorie, diffondano la cultura nella popolazione e, soprattutto, portino più turisti in zona e li rendano soddisfatti.
Già vediamo il punto interrogativo disegnato sul volto di chi del territorio ha responsabilità (sindaci, amministratori di Gal e di Comunità montane e via discorrendo): “E dei consulenti che abbiamo incaricato che ne facciamo?” Niente paura, invece di tenerli a vita facciamo sì che profondano il loro sapere per formare le risorse umane disponibili.
Non ci attendiamo solamente un’accelerazione della crescita economica del territorio, ma anche sociale. Perché finalmente la gente comincerebbe a parlarsi. E di cose serie sulla quali confrontarsi.

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