01 Ago, 2006
Niente vino a pasto per i futuri enologi
Pubblicato da Luigi Odello in Formazione| Vino
A Udine no, a San Michele all’Adige nemmeno, a Verona non so, ma penso sia la stessa cosa. Le citate località sono tutte sedi di corsi di laurea in viticoltura ed enologia, ma a quanto mi risulta gli studenti in mensa possono bere solo acqua o (peggio) soft drink. E credo che lo stesso succeda negli altri 14 corsi di laurea che, sparsi per la penisola, trasferiscono la scienza della vite e dei suoi prodotti. Di sicuro plaudiranno a questo stato di cose il presidente della società di alcologia Valentino Patussi - affermò che l’alcolismo inizia con il primo sorso - e il mio amico Gualtiero Marchesi che non è molto convinto del bere a pasto, quasi il vino possa compromettere la purezza del profilo sensoriale dei suoi piatti, rovinare quello che lui chiama il “gusto assoluto”. Io, enologo della vecchia scuola (vecchia nel senso autentico del termine, quella in cui si entrava a 14 anni e si usciva a 20, se si era bravi) non sono dello stesso parere. Se per un enologo l’assaggio e l’analisi sensoriale sono basilari per garantire il successo della sua opera in quanto metodi predittivi della percezione che avrà del prodotto il consumatore, è logico pensare che debbano essere appresi nel migliore dei modi. E la psicologia mette molto bene in evidenza quanto l’apprendimento sia correlato all’esperienza e all’emozione, e quindi, in questo caso, all’uso del vino nei vari contesti di consumo e alla passione. Quindi privare i laureandi enologi del vino a pasto significa di fatto ridurne le potenzialità professionali. Chi non ama il vino una laurea in materia la può prendere lo stesso (purtroppo), ma chi lo ama, come fa a rinunciarvi proprio nel momento clou del suo uso?
