Ha ancora senso parlare di analisi sensoriale come analisi del percepito o non sarebbe più opportuno introdurre a fianco di essa il concetto di analisi extra-sensoriale intesa come analisi del vissuto?
Sarà capitato a chiunque (a me capita sempre più spesso) di analizzare nel dettaglio i caratteri di un prodotto, sia esso vino, grappa, o quant’altro, e rendersi conto, nonostante una approfondita descrizione, di non essere riusciti a carpire l’anima di esso, come vi fosse un qualcosa di indefinibile (o perché di fatto impercettibile o perché frutto di un imprevedibile intreccio di ciò che è stato coscientemente percepito) in grado di toccare profondamente le corde del proprio inconscio. Come mai, in sostanza, quel distillato mi affascina nonostante non vi abbia individuato particolari pregi o avendone percepito persino dei difetti? Perché quel vino mi lascia indifferente pur presentando intensità elevate in quei parametri che io stesso normalmente reputo “qualitativi”?
Credo che questa difficoltà di definizione, questo “senso di incompiutezza” non renda meno efficace e opportuno lo strumento dell’analisi sensoriale, ma anzi possa rappresentare una nuova avvincente sfida aprendo prospettive interessanti nella sua impostazione metodologica e nella applicazione pratica, attraverso anche importanti contatti con altre scienze come la psicologia e la filosofia. Con un imprescindibile punto di partenza: la persona, nella fattispecie il singolo assaggiatore, e il suo atavico, naturale e istintivo desiderio di conoscere tutto del mondo (gastronomico), con la consapevolezza che ciò potrà essere (in parte) raggiunto solo imparando a conoscere, sino nelle profondità dell’inconscio, se stessi…
Come dire, tutti a caccia dell’extra-terrestre che è in noi!