27 Gen, 2007
L’amaro, sentinella del gusto, tra caffè e birra
Pubblicato da Luigi Odello in Birra| Caffè| Psicofisiologia| Sociologia
La vita amara, l’amaro senso della lontananza, l’amara solitudine, una questione che lascia l’amaro in bocca. Ma non c’è proprio un’accezione in cui l’amaro venga metaforicamente utilizzato in senso positivo? In spagnolo e in portoghese amaro diventa amargo accentuando così anche foneticamente la percezione negativa che provoca. Un’opposizione netta al dolce: i baci, le carezze, le parole affettuose e tante altre cose sono dolci. Ma perché dei quattro sapori l’amaro ha una fama tanto triste da essere relegato più di ogni altro nell’area del pericolo e della tristezza? Il salato è protagonista solo di alcune metafore nagative (un conto salato) e l’acido pure (una risposta acida).
Il fatto è che l’amaro può essere considerato davvero la sentinella delgusto: tutte le sostanze che percepiamo con tale sapore sono potenzialmente pericolose, specialmente se assunte in dosi superiori a quelle tollerate dal nostro organismo. Hanno sapore amaro tutti gli alcaloidi (caffeina, nicotina ecc), i metalli pesanti, i polifenoli e gli alcoli superiori, solo per fare alcuni esempi. Nelle bevande è tollerato solo nei liquori dell’omonima categoria, nel caffè e nella birra. E persino in queste solo entro certi limiti. Interessante notare che le cosiddette società avanzate accettano livelli di amaro sempre minori, tanto che la stessa birra sta progressivamente calando la quantità di unità di amaro di cui è portatrice. Ragionamento analogo vale per il caffè. Siamo sempre più convinti che se dal mercato italiano si allontanasero miscele per espresso ottenute con specie troppo amare l’intero mercato potrebbe trovare grande giovamento. Un caffè troppo amaro, soprattutto se accompagnato dall’astringente come avviene, allontana il consumatore facendogli preferire consumi diversi.
Ci vogliamo fare una riflessione?
