Perderemo la nostra Italia, ma per ora la sfruttiamo

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IMG_0076_optVi siete accorti che i premi che mettono in palio aziende e sodalizi vinicoli vanno sempre più agli stranieri anche se pure gli italiani possono partecipare? E che i guru esteri che campeggiano nelle commissioni dei concorsi internazionali organizzati dagli italiani sono sempre più numerosi? Qualcuno pensa che sia una giusta strategia per coinvolgere di più e meglio i mercati esteri.
In parte è vero, ma forse si sta esagerando. Il valore intrinseco e di immagine della produzione attuale è del genius loci italiano, dei viticoltori che hanno dissodato colline facendone paesaggi agrari tra i più grandi e belli del mondo, ma anche di chi ha inventato schede di degustazione accolte a livello internazionale, narrato i nostri vini quando questo non pagava neppure con la gloria ma soddisfaceva semplicemente la passione, creato scuole di eruditi e di sapienti in enologia rendendoli disponibili per la produzione e per il marketing.
Se ora tutti i posti buoni li attribuiamo agli stranieri, quale sarà l’incentivo per gli italiani che operano nel settore? Vero è che la crisi economica ha premiato soprattutto gli esportatori, ma noi siamo convinti che per essere forti sui mercati fuori dai confini occorra prima di tutto essere forti in patria. E poi: è inutile parlare di fuga dei cervelli se si fa di tutto per dire che ormai in Italia non c’è più posto per gli intelligenti.

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