Claudio Quirini: il vino comunica male?

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Il vino è il prodotto del comparto agroalimentare che comunica di più, investito ormai da anni dalla moda che tutti desiderano essere intenditori. Dal barbiere allo studio notarile non manca il racconto dell’ultima bottiglia stappata, dai media generalisti ai blog le recensioni rumoreggiano come un tino in fermentazione e stuoli di grafici si cimentano in etichette che evocano l’arte dell’autore della bottiglia. Ma è vera gloria? Il vino comunica davvero bene? Parrebbe di no, almeno da quanto si legge nella tesi di Claudio Quirini, recentemente laureato in scienze degli alimenti all’Università di Milano, relatore Daniele Cavicchioli e correlatore Luigi Odello.
Il laureato ha svolto una ricerca di confronto semantico e deduttivo, tra consumatori non scolarizzati selezionati casualmente e scolarizzati del gusto, che ha riguardato il retro delle etichette, le descrizioni sul web e le parole gergali impiegate per narrare il vino giungendo alla conclusione che in tutti casi l’efficacia risulta decisamente scarsa. Insomma, pare che la magia di una grande bottiglia vada a scomparire nel momento in cui si legge il racconto del contenuto. È l’ennesima dimostrazione che il settore enologico necessita di un forte cambiamento perché le tecniche degli anni Cinquanta e Sessanta hanno fatto la loro epoca. Come dire, il mondo è cambiato, il modo di raccontare il vino no.

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