Non mi è piaciuta

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Lungi da me dire se una cosa è buona o cattiva, neppure quando rientra nel mio campo di competenza professionale.
Dopo che ho visto che certi vini enologicamente non corretti trovano collocazione sul mercato a un centinaio di euro la bottiglia, ho definitivamente abbandonato l’idea di definire ciò che è buono lasciandone la competenza al giudice supremo: il consumatore.
Anch’io però lo sono e come tale sono sensibile alle strategie che usa il marketing. Così, se posso evitare di assumere troppi zuccheri lo faccio volentieri e, trovando una marmellata che reca in etichetta in buona evidenza “7 calorie”, me la sono comprata senza prendermi la briga di leggere l’etichetta. Con la noncuranza che è propria di molti consumatori, affondo il cucchiaino e la porto alla bocca. Ne apprezzo l’aroma fruttato, poco intenso ma pulito. Al palato è un po’ vuota, tra il dolce e l’acido c’è un certo bisticcio, ma è soprattutto il finale che mi lascia con la bocca amara, letteralmente, tra accenti di questo sapore e una discrasia di dolci diversi che terminano presto lasciandomi la lingua ruvida, persistente a lungo in tale stato. Mi decido a leggere l’etichetta dandomi del cretino (per non averlo fatto prima): sciroppo di sorbitolo, glucosidi steviolici, sucralosio, acetilsulfame K … Mi piace ancora di meno, anche se dichiara “senza glutine” (bello sforzo per una marmellata) e “vegana”.

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