Il revival della Robusta

Molti anni fa ero un giovane enologo in un’Italia divisa in due: il Nord che produceva vini troppo leggeri (purtroppo, ma l’esigenza di tenere alte le rese per ettaro non consentiva altrimenti) e il Sud che forniva vini ad alta gradazione alcolica, vini da taglio, ben diversi da quelli attuali.
I proprietari delle cantine dicevano che riducevano un po’ la tipicità, ma che erano indispensabili, e i mediatori avevano con loro buon gioco perché costavano mediamente meno.
Secondo voi sarebbe ancora sostenibile una situazione del genere?
Perché allora, sempre con maggiore insistenza, circolano voci e scritti tendenti alla nobilitazione della Robusta? Avere un prodotto senza geosmina e tricloroanisolo (due molecole che apportano  due tra i maggiori difetti che si possono rilevare nel caffè) dovrebbe essere un dogma, non una virtù da conclamare. Ma quel sentore di cenere, di fumo e di camino spento che nella Robusta è pressoché genetico, c’è qualcuno che è riuscito a levarlo? Se sì, potrebbe essere così gentile da farmi provare un campione per aiutarmi a colmare una lacuna?
Altrimenti ammettiamolo, la Robusta a qualcosa serve, ma tendenzialmente riduce il piacere. Quindi a cosa serve? Può aiutare a ridurre il costo della miscela, migliora le prestazioni del barista distratto, colpisce il consumatore incompetente migliorando la quantità di crema.
Si torna a quando ero un giovane enologo, tanti anni fa, quando il taglio tra regioni diverse migliorava il prodotto finale. Ma non raggiungeva mai l’eccellenza.

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