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Gli assaggiatori dicono le parolacce

Uno dei termini in uso tra chi ne sa di vino è “abboccato”. Una parola apparentemente innocente, almeno per gli iniziati. Ma siamo proprio sicuri che lo sia per tutti?

In una ricerca sui consumatori di qualche anno fa è stato chiesto che cosa significasse. Le risposte costituiscono un piccolo trattato sulla distanza che può esistere tra il linguaggio degli esperti e quello delle persone.

Qualcuno si è avvicinato al significato tecnico parlando di dolce, leggermente dolce o amabile. Ma sono comparsi anche “pieno”, “gusto”, “buono”, “morbido”, “intenso ma delicato”, “facile da bere”, “riempie la bocca”, “lascia un buon sapore”, “prima sensazione di gusto in bocca”. E non manca chi lo interpreta come qualcosa che “sgrassa/pulisce”, “si sente”, “rispecchia le attese” o, con encomiabile prudenza, semplicemente “va bene”.

La dispersione delle risposte è eloquente: la più frequente, “pieno”, raccoglie appena quattro citazioni; “gusto”, “leggermente dolce” e “sapore” ne raccolgono tre ciascuna. Una parte dei consumatori riconduce dunque il termine alla dolcezza, ma molti altri gli attribuiscono significati completamente diversi.

E per qualcuno “abboccato” è addirittura una parolaccia, una di quelle espressioni che la buona educazione consiglierebbe di escludere persino dal vocabolario degli addetti ai lavori.

Eppure, secondo Sensorium, “abboccato” si usa per definire un vino che contiene un residuo zuccherino. Tutto regolare, quindi. Almeno tra chi conosce il codice.

Il problema nasce proprio qui: quante parole utilizziamo per parlare di vino dando per scontato che gli altri attribuiscano loro il nostro stesso significato?

Abboccato, tannico, sapido, minerale, austero, verticale, persistente, strutturato. E potremmo continuare. Sono parole che per chi ha frequentato corsi, degustazioni e concorsi possiedono un significato — talvolta persino molto preciso — ma che cosa evocano nella mente di chi beve vino senza avere studiato il vocabolario necessario per parlarne?

Ogni disciplina ha bisogno di un lessico. È inevitabile e persino salutare: senza parole condivise non esiste conoscenza condivisa. Il problema comincia quando il linguaggio tecnico esce dal laboratorio, dall’aula o dal tavolo degli assaggiatori e pretende di diventare linguaggio di comunicazione con il consumatore.

Perché ogni gergo finisce inevitabilmente per generare una casta: consacra chi lo conosce e, nello stesso momento, esclude chi non lo possiede. È rassicurante per gli appartenenti, molto meno per chi rimane fuori.

È vero che ormai sono tanti quelli che sono andati a scuola di vino. Sommelier, corsisti, appassionati evoluti hanno imparato a muoversi con disinvoltura tra vitigni, denominazioni, terroir e descrittori. Ma sono enormemente di più quelli che a scuola di vino non sono mai andati. E magari vorrebbero semplicemente scegliere una bottiglia, berla, apprezzarla e riuscire persino a raccontare perché è piaciuta senza sentirsi sotto esame.

Qui la questione smette di essere linguistica e diventa commerciale.

Ci lamentiamo da anni della diminuzione dei consumi, ci interroghiamo su come avvicinare i giovani, su come rendere il vino meno intimidatorio, su come restituirgli quella dimensione di piacere e convivialità che rischia qualche volta di perdersi sotto il peso dell’erudizione. E se una piccola parte del problema fosse proprio il modo in cui parliamo del vino?

Forse, prima di insegnare al consumatore le nostre parole, sarebbe interessante fare l’operazione contraria: ascoltare le sue.

Come descrive un vino chi non è stato addestrato a descriverlo? Che cosa significa per lui “buono”? Come racconta la freschezza, il corpo, la dolcezza, l’aroma, il piacere? Quali metafore utilizza? Quali parole lo avvicinano e quali, invece, gli fanno pensare che il vino sia una faccenda riservata a chi porta qualche insegna sul bavero?

Le scienze sensoriali dispongono degli strumenti per scoprirlo. E forse sarebbe una ricerca molto più utile di tante esercitazioni destinate ad aggiungere l’ennesimo descrittore a un vocabolario già affollato.

Se vogliamo che più persone bevano vino con piacere, forse dobbiamo smettere per un momento di insegnare loro come devono parlarne e cominciare ad ascoltare come ne parlano.

Potremmo avere qualche sorpresa. E scoprire, magari, che le parolacce le diciamo noi.

Luigi Odello

Redatto con il contributo di AI