Sensory News

Ricerche di mercato, tendenze sensoriali, nuovi metodi e analisi di prodotti
 

Si può vivere di analisi sensoriale?

Con sempre maggiore frequenza riceviamo mail di persone che vorrebbero lavorare con l’analisi sensoriale e vedono la formazione nella disciplina come possibile sbocco professionale.

Sì, certo che si può vivere di analisi sensoriale, noi siamo tra questi e siamo in tanti ormai. Ma è inutile creare illusioni promettendo che con un corso si trova un lavoro. Non è vero. I diversi corsi possono sicuramente qualificare quanti operano in aziende, soprattutto alimentari, nelle aree della produzione, della ricerca e sviluppo, degli acquisti e del marketing, ma le posizioni che prevedono l’occupazione esclusiva in analisi sensoriale sono ancora poche e il percorso è lungo. Certo, i tempi stanno cambiando, basta vedere su Fb i Narratori del vino recentemente formati ad Alba che comunicano possibilità di lavoro.

In questi giorni ho però ricevuto una bella telefonata, una di quelle che fanno riflettere. Una signora si informava dei corsi di analisi sensoriale dandomi l’idea che volesse farli per trovare una nuova occupazione. Quando si è accorta che mi stavo facendo un’idea sbagliata mi ha immediatamente corretto dicendomi: “Ma io voglio fare i corsi perché sono certa che mi aiuterebbero a vivere meglio!”

E’ una cosa che mi ha fatto felice, perché è una di quelle espressioni che diciamo da tempo sulla base delle osservazioni che facciamo nell’ambito della nostra attività formativa e alla quale abbiamo anche dedicato recentemente una piccola indagine. Ma non pensavo che qualcuno potesse arrivarci da solo comprendendo come il potenziamento della percezione, e quindi la possibilità di definire mappe della realtà più complete, possa influire sulla qualità della vita.

Ecco, forse non sono molti che possono ancora permettersi di vivere di analisi sensoriale, ma con l’analisi sensoriale si può vivere meglio.

Le mappe cerebrali dei sensi

di Maria Cristina Dore

Che il nostro cervello non lasci niente al caso e sovraintenda a ogni nostra attività è cosa risaputa: lo fa quando si tratta di assaggiare, quando al vaglio ci sono i gusti base come il dolce, l’amaro e il salato, interviene quando assaggiamo un buon vino, ma anche quando siamo costretti mandare giù un boccone amaro.

La novità è che stata tracciata una mappa cerebrale del gusto.

Si è giunti a questa scoperta sfruttando tutte le conoscenze sull’assaggio finora raccolte, stimolando i recettori per determinanti sapori che inducono risposte innate ma anche grazie a nuovissime quanto sofisticate tecniche di imaging fotonica, che hanno consentito di visualizzare l’attività di grandi gruppi di cellule nervose.

La ricerca è stata condotta da Charles S. Zuker e Nicholas J.P. Ryba dello Howard Hughes Medical Institute e del NIH, i quali hanno scoperto che ogni gusto è rilevato da una serie unica di neuroni. Se per altri sensi esterni (quali vista e udito) queste mappe cerebrali esistono già, si è scoperto che ci sono gruppi di neuroni pronti ad attivarsi in relazione a diversi sapori, originando delle splendide quanto complesse mappe del gusto.

Continuando nel nostro viaggio, diventa sorprendente pensare alle interazioni di queste mappe che conducono inevitabilmente all’incontro dei sensi. Un incontro al vertice là dove le mappe si originano, portandoci presto a una nuova consapevolezza degli input sensoriali che conducono a una vita migliore.

Il cervello assaggia e il cervello ci guida attraverso le mappe di una realtà che di volta in volta gli daremo occasione di tracciare per condurci a una nuova e più consapevole qualità della vita. Durante l’assaggio, infatti, il gusto ci fornisce importanti informazioni su quello che mangiamo. Nel viaggio ancestrale dei sensi, il sapore rispondeva a semplici quanto fondamentali domande come: di che cosa ho bisogno, cosa mangio, quanto può essere nocivo.

Oggi, soddisfatte le prime perplessità, inizia un percorso che attraverso le acquisizioni sulla qualità dei cibi arriva, nel migliore degli auspici, all’appagamento sensoriale e ai vari meccanismi di giusta ricompensa. Lo studio dell’interazione delle mappe cerebrali dei sensi possono aiutarci a comprendere per esempio i complessi meccanismi che interconnettono il nostro bisogno di energia con la gratificazione sensoriale, o come le aspettative del gusto entrano in relazione con il meccanismo di fame e sazietà, dove la leptina, la grelina e l’insulina sono alcuni degli attori del sistema.

Che ne dite di parlare di vino in modo nuovo?

Mauro Carbone, direttore dell’Ente Turismo Alba Bra Langhe e Roero ha annunciato compiaciuto il raggiungimento di due traguardi storici: la collaborazione tra vino e turismo e tra Alba e Asti. Lo ha detto in occasione della presentazione di Piemonte on Wine che si è svolta giusto ieri al Castello di Barolo con l’intervento del presidente della Barolo and Castles Foundation Cornaglia, del presidente del citato ente del turismo Barbero, del direttore dei consorzi di tutela Barolo e Barbaresco Ferrero, dell’assessore al turismo di Asti Martinetto, del responsabile della strada del Barolo Manzone e dell’assessore ragionale al turismo Cirio. Questo per dire che le autorità che governano il vino e il turismo c’erano proprio tutte.

Ma se, come ha detto Carbone, l’evento segna una svolta storica nella collaborazione tra ambiti culturali e geografici diversi, per noi la svolta sta in un altro fatto: la presentazione dei Narratori del vino. Si tratta di una figura professionale nuova che è stata creata ad Alba con un impegnativo corso di formazione al quale il Centro Studi Assaggiatori ha fornito la docenza di una nuova analisi sensoriale: quella che consente di presentare il vino e il territorio in un modo innovativo, più partecipativo e coinvolgente, più emozionante e giocoso.

Il gruppo albese di questi professionisti inediti è davvero splendido: giovani, laureati, poliglotti e appassionati non mancheranno di rendere un grande servizio al comparto enologico ricevendo e facendo conoscere il prestigio enologico di Langhe e Roero senza mai salire in cattedra, ma mettendo al centro dell’attenzione il cliente, portandolo ad avere un nuovo rapporto con il territorio che nasce dalla percezione cinestesica del vino e dalla relazione umana con un nuovo comunicatore.

Alberto Cirio, giovane assessore al turismo della Regione Piemonte, langarolo di Sinio, ha giustamente sottolineato la missione di questo gruppo inserendola in quella politica di valorizzazione del territorio che risulta determinante per la crescita anche in tempi difficili.

Vado al supermercato con il personal shopper

Parliamo di guide dei vini: normalmente funzionano con una selezione di vini che qualcuno ritiene che siano buoni (non vogliamo entrare nel merito del come) e poi li valuta (anche qui non vogliamo parlare del metodo) e li pone in guida (e qui non vogliamo trattare del perché). Morale: per il consumatore comincia l’avventura.

In primo luogo li deve trovare, perché non sempre sono molto diffusi. Poi deve decidere se comprarli o meno in base al prezzo e quindi deve fare un atto di fede: saranno davvero meritevoli?

Sette anni fa è nata la Guida Vini di Altroconsumo che ha ribaltato completamente lo scenario di questi prodotti editoriali: oltre trecento vini rappresentativi del mercato italiano sono comprati, testati chimicamente e valutati sensorialmente secondo le regole scientifiche dell’analisi sensoriale e riportati in guida con una scheda stringata, chiara ed esaustiva.

Da questa operazione – diventata ormai una delle più importanti per definire il valore della qualità percepita dei vini italiani, tanto da farne oggetto di pregevoli studi da parte di ricercatori italiani – è scaturito un nuovo modo di vivere il vino derivante dalla possibilità di bere bene (evitando le delusioni) senza spendere molto. In periodi come questi è facile intendere come un simile prodotto editoriale apporti un reale beneficio sia al produttore che persegue la qualità, sia al consumatore che desidera soddisfazione con le risorse che si trova a disposizione. Quindi basta prendere in mano la guida e andare al supermercato per avere un personal shopper affidabile e fare buoni acquisti.

Ma la si può anche consultare comodamente seduti sul divano per attingere a tutte le notizie per conoscere il vino da vicino, i suoi territori e i vitigni, il modo giusto per goderne con pienezza. Recenti ricerche dimostrano che la soddisfazione aumenta quando si apre la mente alla gente migliorando la capacità che ha di costruirsi delle mappe della realtà complete e dettagliate. E in questo la Guida Vini 2012 ha addirittura superato le edizioni precedenti.

La frustrazione del tartufo

Non sempre l’imperatore dei sensi è foriero di soddisfazioni e non sempre la mancanza di soddisfazione è dovuta alle puzze. Della frustrazione che deriva dall’olfatto ne sono vittime anche gli assaggiatori di tartufo quando procedono alla certificazione dei preziosi tuber che vengono posti in vendita. Sì, perché in quel caso la prova non può essere distruttiva.

Il tartufo bianco d’Alba, terzo prodotto ad avere ottenuto la certificazione sensoriale in Italia, è infatti l’unico che non viene certificato a campione, ma esemplare per esemplare. Quindi i giudici dell’Organizzazione Internazionale Assaggiatori Tartufo – un organismo davvero singolare anche nell’ambito della categoria, voluto, fondato e  presieduto da Giacomo Oddero – possono solo annusarli e palparli, frenando quello straordinario impulso che vorrebbe la loro introduzione nel cavo orale.

Ma le cose non sono andate così sabato 26 novembre, quando dopo l’imponente capitolo che si è svolto nel pregevole Antico Borgo Monchiero ricavato da un convento del XIII, i tartufi sono arrivati copiosi su un fantastico uovo in camicia affogato nella fonduta. Non che questo abbia cancellato del tutto la frustrazione, perché dopo un simile, semplice quanto fantastico, manicaretto, la voglia di ripetere l’esperienza è quasi compulsiva.

Il merito è ancora dell’olfatto e sulla sua potenza c’è da ragionare: quanta gente potrebbe convincere questo organo di senso a intraprendere un pellegrinaggio sulle Langhe se un evento del genere fosse portato in giro per il mondo? Già nel nome l’Oiat dichiara la propria internazionalità e con un presidente come Giacomo Oddero – che nel capitolo di Monchiero è stato brillantemente coadiuvato dai consiglieri Giovanna Cullino, Roberto Pisani, Franco Comba e Renato Boglione – non possiamo dubitare che succeda a breve.

Come risparmiare 70.000 euro e bere bene

E’ di questi giorni l’analisi del portale Italianwineboutique.it nella quale viene messo in evidenza che c’è gente capace di spendere fino a 70.000 euro per una bottiglia di vino. In testa gli asiatici (cinesi e indiani) e i sudamericani (brasiliani e venezuelani).

Ebbene sì, devo ammetterlo, pur occupandomi di vino da decenni per percorso curriculare e professionale, non mi sono mai aperto una bottiglia da 70.000 euro. Ma la cosa più scandalosa è che non ne sento neppure la necessità, ben sapendo che simili follie riescono a produrre eccitazione solo se si conosce l’etichetta e il relativo prezzo, perché di vini sensorialmente fantastici se ne trovano a prezzi decisamente inferiori.

Ammetto anche un’altra cosa: questi vini mi stanno antipatici. Rappresentano uno schiaffo alla povertà, un’ode alla volgare ostentazione, la peggiore ammissione di ignoranza enologica.

Sì, perché chi ama davvero il vino sa leggerlo con l’anima, sa cogliere tutte le sfumature, gode della qualità della materia prima e della maestria utilizzata nella sua elaborazione. Per fare questo ha solo una strada: imparare ad assaggiare. Ma per quanto siano costosi i corsi da sommelier e da assaggiatore, di un eventuale budget da 70.000 euro può risparmiarne gran parte per concedersi un buon bicchiere di vino, anche di un grande vino, per tutti i pasti della sua vita.

In questi giorni è pure uscita la Guida Vini 2012 di Altroconsumo che, ancora una volta, mette in evidenza come non ci sia una correlazione costante tra il livello di appagamento sensoriale di un vino e il suo prezzo.

Consultatela: anche questo è un suggerimento su come risparmiare 70.000 euro e bere bene.

L’analisi sensoriale made in Italy per il quejo del Brasile

Ogni tanto ci si chiede come mai un paese sappia fare crescere un settore con una velocità mirabolante (si pensi per esempio al Nuovo Mondo con i vini) mentre chi ha una storia non riesce a procedere con pari andatura. Le motivazioni possono essere molte, ma sicuramente tra queste c’è la coesione dei produttori e la determinazione verso l’innovazione scegliendo quanto c’è di meglio per soddisfare le ambizioni di crescita.

Il Brasile produce circa 30 miliardi di litri di latte di cui un terzo viene trasformato in una gamma di formaggi che ricalcano le tipologie europee. Il settore è saldamente presidiato da Abiq, potente associazione diretta da Dirceu Torres, un uomo dotato di non comuni capacità leaderistiche. Abiq è provvista di un ufficio marketing all’avanguardia che fa capo a Silmara de A. Figueiredo che nel suo curriculum vanta anche prestazioni d’opera per importanti aziende italiane.

Ad Abiq è piaciuta l’analisi sensoriale del Centro Studi Assaggiatori, per la possibilità che danno i metodi impiegati di monitorare il prodotto dalla nascita alla commercializzazione offrendo informazioni dettagliate all’area di processo, al controllo qualità, alla ricerca e sviluppo e al marketing. Anzi, l’approccio Abiq è proprio quello di partire dal consumatore, cogliendo quello che l’analisi sensoriale può dare per interrogarlo e per comunicare con lui in modo efficace.

Così, presso l’associazione si è svolto il primo corso per giudici qualificati, con la partecipazione di quadri e dirigenti delle più importanti aziende brasiliane del comparto. Il successo è stato notevole, tanto da progettare un’azione formativa molto più ampia che potrà comprendere corsi per panel leader e per ambasciatori del formaggio.

La burocrazia e l’aberrazione della percezione

Al termine di uno degli ultimi pranzi autunnali consumati in un gradevole dehors di un ristorante sito nel centro storico di una bella città del Nord, chiedo il conto con fattura alla cameriera e mi sento rispondere: “Prima però mi deve firmare la privacy”.

Attonito e stizzito, la prima cosa che mi passa per la mente è quella di dirle che sarà l’unica volta che avrò un vantaggio dalla complicata legge sulla privacy italiana, perché non firmando la liberatoria ritengo di essere esentato dal pagamento del conto.

Niente da fare, la cameriera giunge con un bel modulo e, più stizzita di me, dice con fare imperioso: “Me lo compili”. Per rispetto ai miei ospiti, per non protrarre oltre la diatriba, glielo firmo, le do l’intestazione e la carta di credito.

Poi rifletto sull’aberrazione della sua percezione: l’esasperazione di una regola (da quando per avere una fattura dobbiamo anche firmare la liberatoria della privacy?) ha cancellato dalla sua mente che se non esistessero i clienti non avrebbe più da preoccuparsi delle formalità, ma solo di trovarsi un altro posto in cui percepire uno stipendio per poter vivere. Ma non posso non pensare all’aberrazione del consulente che ha prescritto al ristorante una simile prassi e al proprietario che l’ha accettata supinamente.

Non voglio andare oltre pensando di quante pagine sarà il manuale di buona prassi igienica di questo esercizio e del tempo che impiega il cuoco per compilare i moduli anziché occuparsi di rendere felici i clienti.

Insomma, non è il caso che cominciamo a fare una seria riflessione su tutto quello di inutile e dannoso che facciamo?

Prosciutti da medaglia

Dei concorsi, soprattutto di quelli enologici se ne parla sempre diffusamente, ma forse non tutti sanno che esistono e si stanno sempre più diffondendo competizioni che coinvolgono altre tipologie di prodotti come gli oli, i formaggi e i salumi.

Alla base c’è sicuramente la voglia dei produttori di mettersi in gioco con le proprie specialità e di voler ottenere una valutazione del prodotto sia dal punto di vista critico che sensoriale. Questa esigenza nasce anche dalla necessità di poter comunicare che il prodotto non solo risponde a determinati requisiti legislativi e di qualità, ma soprattutto soddisfa i sensi. Quale modo migliore esiste se non quello di metterlo in gara con i concorrenti, facendoli valutare da giudici esperti e formati in analisi sensoriale?

Per citare un esempio: si è recentemente concluso a Parenzo, in Istria Croazia il quinto concorso internazionale dedicato al prosciutto. Alla competizione hanno partecipato varie categorie di prosciutti con e senza cotenna, affumicati e non per un totale di 24 campioni. Il concorso, svoltosi con regolamento simile a quelli delle gare enologiche, ha premiato i prodotti migliori con l’attribuzione di medaglie. L’assegnazione è avvenuta in funzione dei punteggi ottenuti da ciascun prodotto nelle valutazioni delle commissioni composte da giudici competenti e formati in analisi sensoriale.

In questo caso dunque, la giuria di valutazione era composta da esperti di analisi sensoriale formati dal Centro Studi Assaggiatori, con un addestramento a giudice qualificato. I piani di assaggio sono stati formulati da panel leader, anch’essi formati dal Centro Studi Assaggiatori: questo ovviamente rafforza l’importanza dei risultati ottenuti. In molti casi infatti, sia la gestione dell’intero concorso che gli assaggi sono gestiti dai produttori stessi o da amatori del prodotto che non hanno alcun tipo di formazione in analisi sensoriale. Ovviamente questo porta il più delle volte a errori e imprecisioni che pregiudicano i risultati finali.

Ben vengano dunque i concorsi per qualsiasi tipo di prodotto, basta assicurarsi che veramente le commissioni rispettino i canoni e seguano le regole dell’analisi sensoriale, così da essere certi di ottenere valutazioni attendibili e imparziali.

La bottarga: l’oro di Sardegna

“La bottarga di muggine è un alimento di origini povere e antiche che in Sardegna vanta una tradizione secolare” spiega Maria Cristina Dore, responsabile R&D di Paideia, la società che recentemente ha ospitato a Cagliari un corso tenuto dal Centro Studi Assaggiatori. Questo prodotto dal sapore deciso, dai profumi forti e dalla grande persistenza aromatica è stato il protagonista e l’oggetto di studio del corso.

Denominato oro di Sardegna in virtù del suo colore simile al metallo antico, si sposta nella gamma dell’arancio arricchendosi di una piacevole lucentezza e omogeneità dei toni cromatici. Se nel vedere il letto di fettine ambrate adagiate sul piatto degli aperitivi lascia incerti, non si può restare indifferenti di fronte alla loro intensità aromatica.

“Compatta, morbida, piacevolmente lucida, riserva un caleidoscopio di note che vanno dal sapido allo speziato passando per i gusti cari ai pescatori e alla loro tradizione di pesce essiccato e fresco, crostacei e frutti di mare per giungere al vegetale tipico delle alghe care agli orientali anch’essi estimatori e produttori di bottarga”, prosegue la Dore.

Inconfondibile la persistenza amarognola che anche dopo l’assaggio continua a pervadere la bocca. Insomma, un filo dorato che unisce culture e gusti.