Riprendiamo volentieri la notizia del Consorzio di Tutela del Soave.
«È un momento molto particolare quello che sta vivendo il vino italiano, e l’Europa in generale. In questa fase che potremmo definire di “temporaneo smarrimento” è saggio rimanere “centrati”, in ascolto della propria identità e del proprio valore, per capire. Chi fa vino è, per definizione, radicato alla terra e questo viene certamente in aiuto. Non si tratta di restare fermi, quanto semmai “in ascolto” dei venti di cambiamento, cercando di capirli e di gestirli, senza il rischio di subirne le conseguenze in maniera pesante».
Queste le parole con cui Cristian Ridolfi, presidente del Consorzio del Soave, ha esortato i produttori associati e il mondo del vino italiano in generale, ad una riflessione profonda, nell’ambito del talk “Soave: autentico, autoctono, contemporaneo”, condotto da Luciano Ferraro, vicedirettore del Corriere della Sera, all’interno dell’evento Appuntamento Soave, a cui hanno preso parte Michele Cannone, Lavazza Global Brand Director from Home; Achille Scudieri, Vicepresidente Gruppo Adler – Amministratore delle Tenute Scudieri; Barbara Ferro, Amministratrice Delegata di Veronafiere Spa; Jeff Porter, corrispondente per l’Italia di Wine Enthusiast; Mons. Bruno Fasani, Presidente della Fondazione Biblioteca Capitolare di Verona e direttore di Telepace.
Il Talk show “Soave: autentico, autoctono, contemporaneo”
Notevoli gli spunti emersi durante la tavola rotonda “Soave: autentico, autoctono, contemporaneo”, moderata da Luciano Ferraro, vicedirettore del Corriere della Sera, dove partendo dal vino si sono affronti argomenti di stretta attualità, dalla situazione economica e politica internazionale alla rivoluzione nel modo di approcciarsi al cibo e alle bevande tra i consumatori più giovani, risultato di contaminazioni culturali a livello globale.
E proprio di nuovi paradigmi di consumo ha parlato Michele Cannone, Lavazza global brand director away from home, evidenziando come le esperienze guidino l’evoluzione di una categoria.
«Il vino è entrato in una fase delicata perché stanno cambiando i modelli di consumo, soprattutto tra i giovani, e l’offerta non ha ripensato abbastanza le esperienze in cui il vino viene bevuto. Può risultare interessante osservare quello che è accaduto nel mondo del caffè: in 50 anni il caffè, spinto da codifiche nate negli Stati Uniti – da Starbucks negli anni ’90 ai coffe shop degli anni 2000 – ha trasformato luoghi, rituali e linguaggi, mettendo l’esperienza – più che il prodotto in sé – al centro. Per il vino la sfida non è solo “quanto alcol” (9, 10 o 12 gradi): abbassare il tenore alcolico ha senso solo se cambia il paradigma di consumo, creando contesti accessibili, frequenti e desiderabili, come hanno fatto birre e catene della ristorazione, dove il brand-prodotto diventa un “ingrediente” di un’esperienza più ampia. Il mondo del vino, talvolta, è un po’ autoreferenziale. Accanto a questo, l’innalzamento dei prezzi in sala, la perdita del bar come luogo di socialità, la pressione regolatoria e il salutismo contribuiscono ad accentuare il problema: chi non frequenta ristoranti stellati, o comunque di fascia alta, oggi fatica a trovare occasioni di consumo e competenze di servizio adeguate. Servono quindi contenitori nuovi, formati più “morbidi” e leggibili, possibili linee low/no alcol ben progettate, e una comunicazione collettiva meno elitaria. In altre parole, ripensare i modelli di fruizione (fuori casa e poi a casa), contaminarsi con altri mondi e riportare il vino al centro di esperienze contemporanee, non solo di etichette e disciplinari».
Ponderazione e richiamo allo spirito d’impresa sono stati, infine, gli elementi cardine della riflessione conclusiva di Cristian Ridolfi, Presidente del Consorzio del Soave.
«Fino a qualche anno fa produrre vino era un “atto agricolo”. Oggi produrre vino, ma in generale fare agricoltura o impresa, è un “atto politico” perché quando si fa vino non si può più prescindere da considerazioni di politica internazionale. Il calo dei consumi, le barriere doganali, i conflitti, sono tutti elementi che certamente non aiutano il naturale e sano fluire dei mercati. Ma ricordiamoci una cosa fondamentale: tutto si basa sulla legge della domanda e dell’offerta e da lì non si può prescindere. È una legge aurea.
Possono entrare in gioco ideologie, estremismi, protezionismo o barriere doganali. Certo, nel momento contingente creeranno danni a vantaggio di alcuni e a svantaggio di altri, ma poi, nel medio-lungo periodo, il flusso dei comportamenti umani tornerà a fluire in maniera spontanea e armonica proprio perché “è naturale” che sia così.
Ed è qui che gli imprenditori si giocano una grande partita. L’imprenditore è colui che, per definizione, sa trovare un vantaggio, una propria ragione di esistere e di operare, anche nei momenti più complessi e sfidanti. Anzi, talvolta è proprio in quelle occasioni che arriva per alcuni il colpo d’ala.
Guardiamo al presente dunque: si consuma meno vino, si cercano vini a bassa gradazione, si riduce il potere di acquisto delle persone, a causa dell’inflazione? Bene: andiamo a proporre a questo mercato un vino che sia a gradazione alcolica più contenuta, che si sposi con piatti leggeri e che sappia fondere in sé identità, qualità e valore».