Ricerche di mercato, tendenze sensoriali, nuovi metodi e analisi di prodotti
 

Caronte era più organizzato: dalla percezione all’emozione

Avete mai provato a prendere un volo dal terminal due di Malpensa? Già il terminal uno ben figura agli ultimi posti nel panorama mondiale quanto a organizzazione, confort e aspetti ludici per i passeggeri, ma al terminal due ti aspetti davvero di vedere sbucare Caronte da un momento all’altro.

A Malpensa uno arriva già stanco (salvo non sia un abitante di Marcallo o di uno dei paesi limitrofi), molte volte dopo una corsa in autostrada con l’ansia di perdere il volo per il traffico o la nebbia padana. Al terminal due l’arancio Easyjet ti investe come una fiammata e il lungo serpentone disegnato dai nastri che devi percorrere per arrivare al check in – anche se non c’è nessuno in fila – ti fa subito capire che le cose proprio “easy” non saranno. Se poi non ti sei ricordato di pagare per il bagaglio da stiva le cose si complicano, perché ti aspetta una fila a un altro sportello, poi il ritorno per ottenere l’agognata carta di imbarco. Scatta ovviamente l’emozione che porta all’autosvalutazione: è possibile che io sia così stupido e non mi sia accorto che dovevo comprare anche il biglietto per il bagaglio? Ovviamente pagando in aeroporto e facendo il conto a chilo il bagaglio non paga molto meno della persona, anche se viaggia in stiva non riscaldata. Ecco la seconda emozione: sono deficiente ed è giusto che paghi.

Ma il bello viene quando si deve passare il controllo di sicurezza: la fila si accalca nella hall e può raggiungere quasi la porta di entrata, poi si entra nel budello giallo dove in più di due affiancati non si passa. In effetti da questo punto in poi – sotto la violenza di colori sgargianti, transenne metalliche, soffitti bassi, luci fredde  – il meccanismo non è molto diverso da quello dei grandi macelli: si avanza a gabbie. La prima termina con l’uscita dai controlli dove se anche i guardiani fossero sorridenti nessuno sarebbe in grado di percepirlo tanto è oppressivo l’ambiente, la seconda si fa alle uscite dove le bestie turistiche vengono ammassate in attesa dell’imbarco, senza un posto a sedere, sempre con l’ansia del furbetto che ti sorpassi nascondendosi prima dietro una della colonne di cemento armato. La terza, dopo essere stati allietati da un gracchiante quanto incomprensibile discorso dell’addetta all’imbarco, è quella posta tra l’imbarco e l’aereo.

Dalla premessa ci si potrebbe tranquillamente ricavare una bella scheda di analisi sensoriale ambientale che, data in mano a un manipolo di giudici qualificati, potrebbe portare, dopo congrua elaborazione e validazione dei dati, a un report al quale potrebbero ispirarsi progettisti e committenti per rendere più confortevole l’accoglienza e la partenza dei passeggeri. L’analisi sensoriale ha dato risultati ottimi in questi casi, ma se proprio volessero approcciare il problema in modo ludico sarebbe sufficiente che si facessero qualche viaggio in giro per il mondo: Tokyo per esempio, ma se è troppo lontano possono anche andare sono fino ad Amsterdam o a Monaco di Baviera.

Forse però il problema è un altro: chi ha scelto il progettista di Malpensa aveva pensieri più importanti del valore del progettista, o il valore del progettista non era direzionato sul benessere dei passeggeri. Fatto sta che la storia metterà a confronto l’Italia del Duomo di Milano, della Torre di Pisa, di Piazza San Marco a Venezia con l’Italia dell’Aeroporto di Malpensa. E qualche ricercatore, tra qualche centinaio d’anni, forse scoprirà che uno strano virus aveva infestato la corteccia cerebrale degli italiani. Forse chiamerà il virus Mazzetta demens.

2 commenti

  1. emilio francioso

    Una puntuale osservazione che visivamente (ed oltre) abbiamo assaggiato tutti, suppongo, seguendo il delirante percorso pedonale chilometrico che ci conduce dall’ingresso dell’aeroporto fino all’abbordaggio-arrembaggio seguendo il tracciato di un serpente schizofrenico. Della serie: perché non fare in 30 minuti (tempo medio valutato statisticamente a Malpensa in periodo di “bassa stagione”) quello che puoi fare in 10? E’ come leggere il cruscotto dell’auto con i numeri rovesciati e con le regole sposate alla numerazione… E’ una questione di ordine! Ti rispondono seccati. Ma il problema “sentito” dai più penso che sia proprio quello sensoriale: viviamo aggrappati ai nostri sensi senza accorgercene, poi, quando le sensazioni si trasformano in consapevolezza ci riempiamo di stupore. Un po’ come la storia che ci insegna Jean-Pierre Jeunet nel favoloso mondo di Amélie.
    Chiediamo ai viaggiatori italiani di descrivere l’esperienza sensoriale di quel percorso e avremo conquistato tante persone spaventate e affascinate dal film del proprio racconto e rabbiosamente indignate dalla realtà viziata… proprio come quell’aria sudata e putrida che appartiene tanto ai mazzettari quanto ai mazzettati.

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