La foto sulla bottiglia: una nuova frontiera per il marketing enologico

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Sareste scandalizzati se vi dicessimo che vini con la stessa denominazione sono diversi tra loro più di quanto non differiscano da altri a indicazione geografica prodotti a un migliaio di chilometri di distanza? E che pur ricorrendo ad analisi sensoriale ad alta utilità informativa condotta con giudici esperti due Chianti classico, due Primitivi del Salento, un Valpolicella classico superiore ripasso, un Rosso Rubicone e un Rosso Conero non sono sensorialmente distinguibili, mentre due Chianti sono completamente diversi tra loro?

Nel mese di dicembre, a Brescia, hanno conseguito la laurea magistrale in management (Dipartimento di Economia e Management) Elisa Giordano e Irma Duccoli presentando due tesi (relatore Eugenio Brentari, correlatore lo scrivente) imperniate sull’analisi statistica dei dati sensoriali di oltre 2.400 vini italiani a indicazione geografica. Con l’aiuto e l’assistenza di Manuela Violoni l’enorme matrice contenente quasi 50.000 dati è stata trattata statisticamente anche con nuove metodologie esplorative per giungere inequivocabilmente al risultato che abbiamo indicato con la prima domanda.

Ora ci stiamo ponendo un problema: se andate dal verduriere e ordinate delle carote sareste un poco contrariati se vi trovaste nella borsa della spesa delle patate, anche se queste fossero fantastiche. La stessa cosa può succedere a chi approccia una bottiglia al supermercato di un vino che pensa di conoscere bene, data la denominazione di cui si fregia. Lo sceglie in funzione delle caratteristiche sensoriali attese, pensando a quando, con chi e con che cosa consumerà quel vino.

La cosa migliore sarebbe che a una determinata denominazione corrispondessero vini analoghi, pur lasciando un certo margine di oscillazione sensoriale per l’annata e per evitare l’omologazione troppo spinta dei prodotti di una determinata zona. Ma questo non avverrà: se da una parte la creatività degli enologi unita al miglioramento della tecnologia consente di cambiare il volto al vino in cantina, dall’altra l’esigenza dei produttori di distinguersi e, non di rado, di seguire le mode, è molto potente.

L’unica soluzione che vediamo in questo momento è un’etichetta più esaustiva in cui il vino non venga descritto in modo generico – per quanto poetico e accattivante – ma con una precisione tale da consentire al cliente di sceglierlo a ragion veduta. Ma è un evento che pare ancora lontano: le cantine attualmente non dispongono di uno strumento adatto a compiere una simile descrizione.

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  1. interessante, come sempre. ma, nello specifico, che cosa mettere sull’etichetta? questo è il problema. Saluti. Fiorenzo Barzaghi

  2. E’ sempre interessante e costruttivo leggere i suoi articoli, mi sto appassionando al mondo dell’enologia e credo che sempre più si tenda a standardizzare le caratteristiche del vino perdendo quindi le percezioni sensoriali date dall’aspetto cromatico, aroma, gusto e retrolfatto. Mi spiego meglio, prendendo tre bottiglie di sangiovese superiore di tre cantine differenti, e provando con la mia piccola formazione di analisi sensoriale fornita dalla lettura dei
    suoi articoli sulla rivista l’ ASSAGGIO, ho percepito lievissime differenze sensoriali e questo lo trovo un pò triste… dove è finito il vecchio e buon vino del contadino?

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